10 DOMANDE AI NOSTRI PSICOLOGI – 2^ PARTE

10 domande agli psicologi della N.P.G. (2^ parte)

Abbiamo intervistato i nostri psicologi, la dott.ssa Claudia Maffi (nella foto al centro) e il dott. Paolo Peluchetti (nella foto a sinistra), su alcuni aspetti di loro competenza che riteniamo importanti nel percorso di crescita dei nostri ragazzi nel settore giovanile. 
La scorsa settimana abbiamo pubblicato le risposte alle prime cinque domande, ora pubblichiamo la seconda parte dell’intervista. 

Buona lettura!

6 Come posso aiutare un bambino a superare le sue paure nello sport come nella vita?

Claudia – La paura è un’emozione. Il problema principale oggi è che i bambini vengono incoraggiati a evitare le paure anziché a riconoscerle e affrontarle. Il risultato è che la paura aumenta.
Attraverso laboratori di educazione emotiva il bambino viene aiutato a riconoscere le proprie emozioni per imparare a gestirle. La paura  può essere avvicinata attraverso il gioco, la fiaba, le tecniche di rilassamento tutti strumenti che permetteranno al bambino di affrontare poi sul campo la paura reale.

Paolo –  Ogni bambino è diverso dall’altro e quindi non esiste una soluzione uguale per tutti. E’ fondamentale capire quali siano le cause di queste paure, quali i pensieri che precedono questa emozione e lavorare di conseguenza. I rimedi sono da ricercare tra le capacità e le qualità del bambino stesso: per prima cosa deve diventare consapevole di se stesso, delle sue emozioni e sensazioni e poi trovare delle strategie e dei metodi che gli permettano di affrontare le varie situazioni e superare le difficoltà che si troverà di fronte. Aiutarlo quindi significa sostenerlo nei momenti di bisogno, farlo riflettere, spronarlo a migliorarsi e sottolineare i progressi, i miglioramenti e i risultati ottenuti.

7 E quando non riesce a fare qualcosa? Suggerimenti?

Claudia –  I bambini vanno stimolati a provare sempre, anche quando credono di non essere capaci. Se non riesce a fare qualcosa è importante fare comunque i complimenti al bambino per l’impegno e per ogni più piccolo miglioramento ottenuto, sottolineando che con l’impegno prima o poi riuscirà nell’intento. In questo modo si alimenta la percezione di auto efficacia del bambino ponendo l’accendo più sull’impegno e la forza di volontà a provarci che non sul risultato finale. Infatti, è proprio quando il bambino non percepisce aspettative e pressioni di risultato che riesce ad esprimere tutto sé stesso.

Paolo –  Come detto nella risposta precedente, è necessario capire il perché il bambino non riesce a fare qualcosa. Capire la motivazione è fondamentale per potergli dare un aiuto giusto e reale. In seguito bisognerebbe sottolineare l’importanza del provare, del tentare anche a costo di sbagliare. Nella maggior parte dei casi ciò che limita il bambino è la paura del giudizio altrui a seguito dell’errore: è fondamentale che il bambino si senta libero e privo di giudizi, in modo da potersi esprimere spontaneamente e senza paure.

8 Lo sport può contribuire a modificare il carattere? In che modo?

Claudia –  La risposta è assolutamente sì! Lo sport obbliga il bambino a confrontarsi con svariate situazioni e conseguenti emozioni, dalla reazione a queste nasce e si struttura il carattere del piccolo atleta. Per esempio, il dover gestire la sconfitta, le cadute, la competizione stimola il bambino a sviluppare forza di volontà, tenacia, determinazione e resilienza. La soddisfazione e il piacere nel raggiungimento dell’obiettivo alimentano l’auto- efficacia e la sicurezza nelle proprie capacità.

Paolo –  Lo sport é uno strumento formativo importante che può influenzare alcuni aspetti del carattere. Durante le varie attività infatti si incontrano situazioni, valori, bisogni simili a quelli che si incontreranno nella vita e si impara a gestirli. Si può imparare a stare con gli altri nel modo corretto, a rispettare le regole, a impegnarsi per superare le difficoltà e per raggiungere i propri obiettivi, a dare il giusto valore alle cose (sconfitta/vittoria) e ad ascoltare i consigli di chi é più esperto. Le potenzialità dello sport sono quindi elevate, sta poi ai vari protagonisti indirizzarle nel modo giusto.

9 Come si fa a non far gravare sulle spalle di un bambino il peso di dover diventare a tutti i costi un campione?

Claudia –  Ponendo l’attenzione a come si comunica con il bambino, sia dal punto di vista verbale che non verbale, stimolandolo a giocare e divertirsi. 
È importante valorizzare l’impegno che il bambino investe nell’attività piuttosto che il risultato. 
Per esempio, prima di una partita raccomandate ai bambini di divertirsi, non di fare più goal dell’altra squadra. 
Dopo la partita chiedete al bambino se si è divertito e fategli i complimenti per l’impegno, non sgridatelo perché poteva giocare meglio.

Paolo –  A mio avviso bisogna sottolineare sempre che il primo obiettivo della pratica sportiva è stare bene: si gioca a calcio, a pallavolo, a basket ecc., perché é bello farlo, perché ci si diverte, perché si sta con gli altri, perché migliora il fisico e la mente. Imporre o imporsi l’obiettivo di diventare campioni limita tutto questo, lasciando spazio soltanto allo stress, alle ansie e alla paura di fallire. Un bravo allenatore deve sapere e saper insegnare che l’obiettivo principale non é far diventare un bambino il migliore di tutti ma fargli esprimere il meglio di sé. Ogni bambino deve diventare consapevole delle proprie possibilità e sentirsi un campione non se diventa professionista o guadagna tanti soldi, ma ogni volta che supera i propri limiti e migliora le proprie qualità.

10 … e per concludere, capitolo genitori. Cosa dovrebbero fare per sostenere il proprio figlio in questo percorso?

Claudia –  Una domanda questa che i genitori dei giovani atleti mi fanno spesso e la mia risposta è: “Siate lì per supportare il vostro bambino”. Lo sport mette a contatto i bambini con tante emozioni spesso per loro ancora troppo difficili da gestire da soli (frustrazione, rabbia, delusione) e qui entra in gioco il genitore con l’ascolto, la presenza e  l’affetto. È importante che il genitore non si sostituisca mai al bambino che va invece responsabilizzato: lo sport è del bambino, non del genitore ed è bene che il bambino impari pian piano a prepararsi la borsa da solo per esempio e ad assumersi le conseguenze delle sue azioni. Sul campo vanno rispettate le competenze: il genitore non si deve sostituire all’allenatore e viceversa.

Paolo –  Per sostenere il proprio figlio a mio avviso i genitori dovrebbero essere curiosi, rispettosi e partecipi.
“Curiosi” perché devono interessarsi al proprio figlio: chiedergli come sono andati allenamenti e partite, cosa ha fatto, se si é divertito, cosa gli é piaciuto e cosa no, se si é impegnato e se ha dato il massimo.
“Rispettosi” perché devono rispettare il proprio figlio, lasciandolo libero di esprimersi con i propri tempi e le proprie caratteristiche ed evitando di criticare e imporre scelte; devono rispettare gli allenatori in quanto professionisti capaci e obiettivi; devono rispettare gli avversari con i loro tifosi; devono rispettare gli arbitri.
“Partecipi” nel senso di vivere anche loro i momenti di squadra, socializzare con gli altri genitori, fare il tifo divertendosi e dando il buon esempio.

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